C’era una volta un bambino di nome Matteo che perdeva sempre tutto. Le scarpe, i calzini, i quaderni, le matite, perfino il cappello che aveva sulla testa.
“Matteo!” lo sgridava la mamma ogni mattina. “Dove hai messo le tue scarpe?”
“Erano qui, mamma, proprio qui accanto al letto” rispondeva Matteo guardandosi intorno confuso.
Ma le scarpe non c’erano più.
Un giorno Matteo si stufò di questa storia e decise di fare un esperimento. Prese la sua macchinina rossa preferita, quella con le ruote che giravano davvero, la mise sul tavolo e non le tolse gli occhi di dosso nemmeno per un secondo.
Fissò la macchinina per un minuto. Poi per due minuti. Poi per tre.
“Ma che noia” pensò Matteo, e guardò fuori dalla finestra giusto un attimo, per vedere se passava un piccione.
Quando si voltò di nuovo verso il tavolo, la macchinina era sparita.
“Lo sapevo!” esclamò Matteo. “Le cose scappano quando non le guardo!”
Così decise di seguire le tracce. Si mise carponi per terra e cominciò a cercare. Sotto il tavolo trovò un calzino a righe che mancava da settimane.
“Ciao Matteo” disse il calzino con una vocina soffice. “Ti stavo aspettando.”
“Tu… tu parli?” chiese Matteo stupitissimo.
“Certo che parlo. E ti posso anche dire dove vanno a finire tutte le tue cose. Vieni, ti accompagno.”
Il calzino si mise a saltellare – hop hop hop – verso l’armadio. Matteo lo seguì, e quando aprì l’anta, invece del solito mucchio di vestiti, trovò una porticina piccola piccola, tutta luminosa.
“Entra” disse il calzino.
Matteo si fece piccolo piccolo, passò dalla porticina, e si ritrovò in un posto stranissimo. C’erano montagne fatte di scarpe, fiumi di penne biro, alberi di ombrelli aperti che ondeggiavano al vento.
“Benvenuto nel Paese delle Cose Perse” disse una voce profonda.
Matteo si voltò e vide la sua macchinina rossa, ma adesso era grande come un’automobile vera, e guidava avanti e indietro sulla strada principale.
“Ma cosa ci fate qui?” domandò Matteo.
“Scappiamo” rispose una matita rotta, seduta su una panchina accanto a un quaderno sgualcito. “Siamo stanchi di essere dimenticati, lasciati in giro, non curati. Così, quando voi bambini non ci guardate, noi veniamo qui, dove qualcuno ci apprezza.”
“Ma io vi apprezzo!” protestò Matteo.
“Ah sì?” disse una scarpa destra, saltellando su una gamba sola. “E dove hai messo la mia gemella? L’hai lasciata sotto il divano per tre giorni!”
“E il mio cappuccio?” aggiunse una penna blu. “Me l’hai perso il primo giorno di scuola!”
Matteo si guardò intorno e vide tutte le sue cose perdute che lo fissavano con aria di rimprovero. C’era perfino il pupazzo che credeva di aver lasciato dai nonni due anni prima.
“Mi dispiace” disse Matteo con un filo di voce. “Non lo facevo apposta. È solo che… mi dimentico.”
“Lo sappiamo” disse il calzino, più gentilmente. “Per questo ti abbiamo fatto venire qui. Non per sgridarti, ma per farti vedere dove finiamo.”
“Posso riportarvi a casa?” chiese Matteo.
Le cose si consultarono tra loro, bisbigliando e sussurrando.
“Va bene” disse infine la macchinina rossa. “Ma solo se prometti di ricordarti di noi.”
“Promesso!” disse Matteo.
Tornò attraverso la porticina magica, e una per una tutte le sue cose perdute lo seguirono. La mamma quella sera spalancò gli occhi quando vide Matteo che sistemava ordinatamente le scarpe, i quaderni, le matite, e perfino il pupazzo che credeva perduto.
“Matteo! Hai ritrovato tutto!”
“Sì mamma. E adesso so dove vanno a finire le cose quando le perdo. Quindi farò più attenzione.”
Da quel giorno Matteo continuava a perdere le cose ogni tanto – era fatto così, non poteva farci niente – ma molto meno di prima. E quando perdeva qualcosa, sorrideva tra sé pensando: “Starà facendo una passeggiata nel Paese delle Cose Perse. Ma tornerà, vedrai che tornerà.”
E infatti tornava sempre, perché ormai sapeva che Matteo si ricordava di loro.